L'energia sta alle società moderne come il sangue agli esseri umani. Senza
cesserebbero di esistere, o anche regredirebbero a forme di esistenza
primitive. Inutile parlare di diritti o libertà digitali se non si è in
grado di immaginare un approvvigionamento sufficiente di energia da oggi
ai secoli a venire. D'altro canto il riscaldamento della terra, lo smog ed
i disastri ambientali ci costringono a cercare idee innovative, magari
eretiche, ma capaci di ripensare il sistema di approvvigionamento di
energia in funzione dei due limiti assoluti, ovvero una produzione di
energia sufficiente per le nostre esigenze e la compatibilità ambientale.
In questa ottica NewGlobal.it ha sentito l'esigenza di collaborare con il
gruppo Agrienergia, (http://www.agrienergia.it), al fine di aprire il
dibattito su questo tema e su alcune idee apparentemente eretiche ma che
ad una attenta analisi mostrano una loro saggezza.
Brevemente, e rimandando chi ha voglia di approfondimenti alla
documentazione tecnica del sito di agrienergia, possiamo dire che il
concetto di base a cui dobbiamo rinunciare è che la produzione di energia
sia una produzione industriale, (ovvero prodotta in pochi punti nelle aree
industriali delle città e diffusa ovunque dalla città alle campagne), e
cominciare a pensare che la produzione di energia sia una produzione
agricola, (ovvero che vada prodotta in maniera diffusa dalle campagne e
canalizzata verso le città). Potrà sembrare un paradosso, una cosa assurda
o insensata, e certo a noi tale è apparsa in principio, però se si
riflette sulla cosa si nota che in realtà il lavoro agricolo consiste
proprio nel trasformare l'energia solare in un prodotto trasportabile e
capace di permettere il funzionamento di quella che è stata definita la
macchina meravigliosa, ovvero il corpo umano. Cosa ci vieta di pensare che
le campagne possano produrre in maniera diffusa l'energia che ci occorre,
catturando direttamente l'energia solare, o anche utilizzando suoi
derivati quali l'energia eolica o le biomasse?
Non sarebbe un cambiamento da poco. Si passerebbe da una produzione
predatoria, legata alla disponibilità di risorse fossili e al contenimento
con ogni mezzo, (guerra inclusa), dei loro prezzi e con l'indesiderato
effetto collaterale dei disastri ambientali ad una produzione continua e,
tutto sommato, stabile, ottenuta da fonti rinnovabili e senza ricadute
disastrose sull'ambiente. Come la produzione agricola ha bisogno di
investimenti iniziali e di tempo prima di entrare a regime, (l'acquisto e
la piantumazione degli alberi), così ci sarebbe bisogno di investimenti
iniziali, che però darebbero frutti nel tempo.
Gli spazi di crescita sono enormi, le energie rinnovabili sono in pieno
sviluppo, in particolare i pannelli fotovoltaici hanno recentemente
raggiunto efficienze standard del 14% ,(ovvero percentuale dell' energia
solare che raggiunge il pannello effettivamente trasformata in energia
elettrica), e oltre, con un limite teorico di oltre l'80%. Già con
questo tipo di efficienze, si può calcolare che, combinando fotovoltaico,
eolico, biomassa e altre fonti rinnovabili, basta una minima frazione del
territorio (meno dell'1%) attualmente utilizzato per scopi agricoli, per
produrre energia elettrica in quantità pari o superiore al totale
dell'energia prodotta oggi dai combustibili fossili.
Certo la mancanza di un mercato e di investimenti non hanno visto la
stessa crescita delle tecnologie collegate allo sfruttamento delle fonti
rinnovabili, rispetto, ad esempio, alla crescita delle tecnologie relative
all'elettronica, che grazie ad un mercato estremamente ricettivo hanno
registrato incredibili miglioramenti. Per questo motivo vanno, secondo
noi, salutate con favore iniziative come quella recente della regione
Lazio che ha approvato all'unanimità una legge regionale per imporre
l'installazione di pannelli solari nei fabbricati di nuova costruzione.
Iniziative come queste ed altre, che speriamo arrivino presto, potrebbero
generare una richiesta tale da trasformare gli attuali pannelli solari
per i nostri apparati elettrici in quello che le foglie sono per noi.
All'indubbio vantaggio di una organizzazione della produzione energetica
non inquinante e dislocata logisticamente in maniera tale da ridurre le
dispersioni degli elettrodotti, possiamo aggiungere l'opportunità di
integrare il reddito degli agricoltori, grazie alle quote di energia da
essi prodotte. Attualmente l'Unione Europea, al fine di evitare lo
spopolamento delle campagne e impedire una totale dipendenza dall'estero
per la produzione agricola, offre dei contributi integrativi e con il
sistema delle quote impedisce un eccesso di produzione capace di abbassare
i prezzi. Questi contributi sono essenzialmente una spesa assistenziale e,
come tale, improduttiva. Convertendo questi contributi in contributi alla
realizzazione di piccoli impianti di produzione elettrica da fonti
rinnovabili si otterrebbe lo stesso scopo, ma le cifre spese
diventerebbero un investimento produttivo e non più una spesa
assistenziale.
Una caratteristica peculiare di questi impianti è proprio la necessità di
un forte investimento iniziale e di una successiva produzione,
praticamente costante. E' come il caso dell' investimento pensionistico,
che va fatto in gioventù per assicurarsi una fonte di reddito costante
per la vecchiaia. Per questo motivo noi riteniamo utile la totale
liberalizzazione della produzione di energia da fonti energetiche
rinnovabili, sia pur nel rispetto dei piani paesaggistici locali e,
magari, un interessamento dei fondi pensione, che potrebbero sostituire
molti discutibili investimenti finanziari attuali.
La conditio sine qua non affinché si possa affrontare correttamente e
seriamente un argomento al contempo complesso e vitale come
l'approvvigionamento energetico consiste nell'impedire
che al tavolo della produzione energetica si bari, privatizzando gli utili
e collettivizzando le perdite. Per essere più espliciti, il protocollo di
Kyoto ,al momento l'unico strumento di cui disponiamo per tentare di
arginare il problema dei gas serra, prevede una serie di penalità per i
paesi che producono più inquinamento rispetto al loro limite consentito.
Per essere più precisi i paesi “canaglia” possono acquistare il diritto di
inquinare di più attraverso i seguenti strumenti:
" Joint Implementation”: che consente di realizzare progetti comuni tra
uno o più Paesi industrializzati ed uno o più Paesi con economie di
transizione, (soprattutto dell'est europeo), per ottenere nei secondi una
riduzione di emissioni, grazie all'utilizzo di tecnologie piu' efficienti.
La misura della riduzione è accreditata ai partner del progetto,
indipendentemente dal luogo dove il progetto si realizza.
“Clean Development Mechanism”: simile al precedente. I Paesi
industrializzati possono trasferire know how e tecnologie ad alta
efficienza ai paesi non industrializzati, soprattutto nel settore
energetico, per stimolarne lo sviluppo sostenibile. Anche in questo caso
l'accredito per la riduzione delle emissioni è ripartito tra tutti i
partner del progetto.
“Emission Trading”: ovvero veri e propri certificati che possono essere
scambiati solo tra Paesi industrializzati. Gli Stati con emissioni
superiori a quelle imposte loro dal Protocollo possono acquistare
certificati dagli Stati con emissioni inferiori a quelle limite, ottenendo
cosi' una riduzione "virtuale" delle proprie emissioni.
Esemplificando, l'Unione Europea deve ridurre dell'8% rispetto al 1990 le
proprie emissioni. Se acquistasse sul mercato dei certificati ,(emission
trading), per l'equivalente di questo 8%, l'obiettivo per l'UE potrebbe
dirsi raggiunto. Stesso discorso se attraverso i sistemi di Clean
Development Mechanism e di Joint Implementation contribuisse ad una
riduzione delle emissioni di altre regioni del pianeta.
E' del tutto evidente che se i costi imposti dall'acquisto dei certificati
fossero a carico della collettività spalmandosi sostanzialmente in
maniera equivalente su ogni tipo di carburante non potremmo correttamente
confrontare il costo per Kw dell'energia rinnovabile con quella di altri
combustibili. Per questo motivo crediamo sia opportuno far ricadere questi
costi solo sulle risorse energetiche non rinnovabili in proporzione alla
loro produzione di gas serra.
Anche in ambito UE riscontriamo problemi nell'attuazione di una logica
politica di sostegno alle fonti energetiche non inquinanti, a partire dal
problema della"concorrenza sleale", capace di mettere i bastoni tra le
ruote a quegli Stati che volessero favorire fiscalmente le energie
rinnovabili rispetto a quelle fossili. L'articolo 87 del trattato CE,
considera illegittimo l'aiuto statale ad un gruppo d' imprese rispetto ad
altri gruppi di imprese, nella misura in cui incida sugli scambi tra Stati
membri, falsando la concorrenza.
Finché non si capirà che i costi ambientali vanno internalizzati, (ovvero
vanno contabilizzati anche i costi per sanare i danni ambientali generati
da quella fonte energetica o più in generale dalla produzione di un bene),
qualsiasi misura di sostegno alle energie rinnovabili può passare in sede
UE come un aiuto statale illegittimo.
Giusto come esempio possiamo indicare la decisione della Commissione UE
sul bioetanolo, con cui l'Italia ha ottenuto per 3 anni il permesso di
applicare tariffe differenziate d'accisa. Nella motivazione si parla
dell'esclusione della "sovracompensazione", segno inquietante di quanto
ancora ci sia da fare per diffondere il principio che non si tratta
affatto di "sovracompensare", quanto piuttosto di "internalizzare"
(contabilizzare i costi di ripristino ambientale) tutti i costi della
produzione energetica, valorizzando la fiscalità quale leva di correzione
dei prezzi, quando questi non coprano i costi "invisibili".
I problemi, (ma anche le opportunità), sono molti, specie se consideriamo
che la Cina e L'India a breve irromperanno nel mondo progredito con i loro
2 miliardi e passa di abitanti, generando, tanto un notevole aumento di
richiesta globale di combustibili fossili o minerali, quanto una
prevedibile drastica riduzione dei tempi di esaurimento previsti per tali
risorse, nonchè un altrettanto certo e drastico degrado ambientale del
pianeta. Questa prospettiva non può che spronarci a cercare senza
pregiudizi l'asso nella manica, ovvero quelle idee apparentemente
eretiche, ma capaci di cambiare il corso degli eventi.
Ettore Panella
Presidente associazione NewGlobal.it
Rosario Mastrosimone
Resp. ambiente associazione NewGlobal.it


