Abbiamo invano atteso un riscontro, pubblico o privato, dell'ing. Paolo
Vigevano, presidente della "Commissione interministeriale per i
Contenuti digitali nell'era di Internet", alle nostre perplessità
(http://punto-informatico.it/p.asp?i=50072)
circa l'operato di questa oscura commissione così come a quelle espresse
da Linux Magazine (http://punto-informatico.it/p.asp?i=50048).
Così facendo, la suddetta commissione ed il suo presidente non fanno altro
che confermare i peggiori sospetti che si stanno avanzando sul suo
operato, a dispetto della pretesa "trasparenza" declamata con apposito
intervento (http://punto-informatico.it/p.asp?i=50036) dall'ing. Vigevano.
Considerando le elevate aspettative riposte in questa commissione da parte
di milioni di soggetti che subiranno i "risultati" cui essa
perverrà, ci sembra utile, oltre che doveroso, cercare di capire meglio
cosa questa commissione sia, quali ne siano gli obiettivi e come stia
operando.
Intanto ci sembra di capire che la commissione sia il frutto di
sgradevoli ambiguità. Tutti noi credevamo che si trattasse della
"commissione per capire internet", così come titola uno specifico
articolo di PI (http://punto-informatico.it/p.asp?i=48340) che riporta
testualmente: "Un primo segno che il Governo non intende disattendere gli
impegni presi al Senato all'atto della conversione in legge del decreto
Urbani sul file sharing". In realtà, da una attenta lettura dei suoi scopi
e, sopratutto, da una analisi della "traccia dei temi"
(http://www.punto-informatico.it/punto/20041015/traccia.ppt) messa a punto
dalla commissione e-Content nasce la certezza che si tratta invece di
tutt'altro.
E sono esattamente i contenuti di questa "traccia dei temi" che
intendiamo analizzare in questo intervento. Ad iniziare dal formato in
cui è stata distribuita: un formato proprietario (PowerPoint) che ne
limita drasticamente la diffusione (molti dei nostri associati hanno
dovuto procurarsi un apposito viewer per poterne leggere le pagine) e
che, sopratutto, non depone a favore di quella "apertura" e di quella
interoperabilità, declamata in ogni occasione ma contraddetta nei fatti.
Ma non era più semplice diffondere tale traccia in uno dei tanti formati
aperti ormai disponibili universalmente: HTML, RTF, XML o anche solo
come "puro" testo? Così facendo sarebbe forse risultata meno sospetta
la mancata audizione della Free Software Foundation che, ovviamente per
pura coincidenza, si batte per la diffusione di standard aperti e
non proprietari. Per inciso, ci scusiamo con la Free Software
Foundation per aver erroneamente creduto che fosse stata "audita"
dalla Commissione, come il presidente Vigevano ci aveva lasciato
intendere, e non potevamo certo mettere in dubbio l'affermazione del
presidente: ennesima riprova che questa commissione sta creando situazioni
kafkiane a causa dell'inspiegabile silenzio presso cui si è trincerata.
Vogliamo sperare che qualche parlamentare richieda con una esplicita
interrogazione al governo di rendere pubblico il calendario delle
audizioni.
La sgradevole sensazione che se ne ricava è che la commissione eContent
non intenda affatto porre rimedio alle urbane "pagliuzze" ma anzi, voglia
trasformarle in solide travi. Fuori di metafora: i timori che circolano in
rete è che la commissione stia preparando il terreno per una
riscrittura giuridicamente ineccepibile delle norme repressive che nella
attuale legge Urbani rappresentano delle mostrosuità giuridiche,
risultando così inapplicabili.
E come altro interpretare quello che viene ritenuto il compito
essenziale della commissione? Cioè quello di creare un sistema di DRM e di
inquadramento legale che protegga gli interessi dei produttori. Così
facendo si capovolge la natura stessa della commissione, almeno così come
la gran parte dei cittadini l'aveva intesa: anzichè condurre una indagine
neutra sulle caratteristiche delle nuove tecnologie, le si norma
appiattendosi acriticamente sulle posizione dei portatori di specifici (e
miopi) interessi di parte.
Vorremmo qui ricordare che, al di fuori di questa pregiata commissione, è
in corso a livello mondiale un intenso dibattito che vede la
tecnologia DRM come la più efficace espressione di Democracy
Restrictions Management, cioè, una gestione di come limitare la
democrazia. Ed invece di discutere di queste quisquilie cosa fa la nostra
ineffabile commissione? "Audisce" chi si occupa dei culetti delle
letterine. Almeno a sentire certi boatos che circolano in rete,
alimentati dal segreto di ufficio dietro cui si è trincerata la
commissione.
E poi questa ossessione del "mercato". Mercato è la parola maggiormente
usata nella mitica "traccia dei temi": 10 volte. La parola "consumatore" è
utilizzata 1 volta (nell'ultima riga dell'ultima pagina del
documento). La parola "cittadino" è usata 0 volte. Queste cifre, da sole,
danno un'idea del declamato equilibrio tra gli interessi dei produttori e
quello dei cittadini (pardon, consumatori).
E perchè non discutere se vi sia necessità di un "mercato" per i
contenuti digitali? E se questo mercato abbia bisogno di DRM? O meglio,
chi l'ha detto che debba essere un mercato pilotato dalle industrie
tradizionali? Che, guarda caso, sono per la gran parte NON italiane? Qui
giova ricordare che internet NON è un prodotto industriale ma è nata dal
desiderio di condivisione della conoscenza che animava, ed anima, i suoi
utilizzatori. E dove non c'era alcuna entità centralizzata che definiva di
quali servizi e prodotti necessitava il pubblico. E sono stati gli stessi
utenti che si sono inventati i servizi di cui
necessitavano. Mettendoli a disposizione dell'intera comunità in
modalità "free", nella duplice accezione di "gratuito" e, sopratutto, di
"libero". E free è la natura della quasi totalità delle risorse che hanno
consentito lo sviluppo e l'innovazione spettacolare che la rete ha
consentito: dal sistema operativo ai server http, dai web browser ai dns,
dai motori di ricerca e a quel meraviglioso insieme di servizi che hanno
consentito l'avverarsi di uno dei più affascinanti miti di tutti i tempi:
avere tutto lo scibile a portata di ...mouse.
E perchè privilegiare il modello derivante dalla "proprietà
intellettuale" e non quello derivante dai servizi? Insomma quale modello
si intende privilegiare: quello derivante dalle rendite di posizione
(sotteso dal meccanismo delle licenze) o quello derivante dal compensare
le prestazioni (sotteso dalla creazione di servizi)? Non si tratta di
schierarsi a favore di questo o di quello ma di effettuare serie ed
equilibrate riflessioni. Esattamente ciò che la commissione e-Content non
fa, schierandosi acriticamente da una parte, che NON è quella dei
consumatori, o meglio, dei cittadini.
Che serietà può avere una riflessione sul "mercato" dei contenuti digitali
se non è preceduta, o almeno accompagnata da una radicale riflessione sul
diritto d'autore nell'era delle reti? Cosa aspettarsi dai risultati di una
simile commissione allorquando si prefigge di "rendere efficace la tutela
della proprietà intellettuale"? Eminenti pensatori si stanno interrogando
su "quanta proprietà" consentire in questo genere di cose (copyright,
brevetti, marchi e affini). Dunque, di fronte al generale interesse alla
circolazione ed alla diffusione dell'informazione e della conoscenza, pare
incivile radicalizzare le facoltà esclusive dei
titolari di diritti di proprietà intellettuale. Ancora una volta,
la commissione trae delle conclusioni prima ancora che se ne possa
iniziare a discutere.
Ma sopratutto non si mette minimamente in dubbio che chi attualmente
necessita di maggiori tutele è la capacità di innovazione tecnologica del
nostro Paese (di cui il Ministro Stanca dovrebbe essere formalmente il
garante), e che gli "aventi diritto" ne hanno sin troppo e che non c'è
alcuna necessità di ampliarlo, restringendo di converso i diritti di tutti
gli altri cittadini.
Mentre la stanca commissione invita a normare simili viete questioni, al
di fuori del nostro stanco paese si sta discutendo di come rivedere i
trattati internazionali (quali quelli all'interno del WIPO) che
costituiscono un preoccupante ostacolo a diversi tipi di innovazione e
sviluppo dell'intera umanità: sociale, economico, tecnologico e
culturale.
Si dia uno sguardo alla recente Dichiarazione di Ginevra sul Futuro
dell'Organizzazione Mondiale per la "Proprietà Intellettuale"
(http://www.cptech.org/ip/wipo/genevadeclaration.html). Dove vengono
trattate tematiche non così alte come il culo delle letterine ma di: -
disuguaglianze moralmente ripugnanti nell'accesso alla conoscenza che mina
lo sviluppo e la coesione sociale;
- pratiche anticompetitive nell'economia della conoscenza che impongono
costi spropositati ai consumatori e ritardano l'innovazione;
- autori, artisti ed inventori che si oppongono a barriere sempre più
elevate all'innovazione incrementale;
- concentrazioni della proprietà e del controllo della conoscenza, della
tecnologia, delle risorse biologiche e della cultura che danneggiano lo
sviluppo, la diversità e le istituzioni democratiche
- misure tecnologiche che impongono l'applicazione di diritti di
proprietà intellettuale in ambito digitale, che minacciano le
eccezioni di base alle leggi sul copyright per persone disabili,
biblioteche, educatori, autori e consumatori, e che minano alla
base la privacy e la libettà
- meccanismi di base di compenso che sono ingiusti sia nei confronti delle
persone creative che dei consumatori
- interessi privati che accaparrano beni sociali e pubblici e incatenano
il pubblico dominio, quale la vergognosa durata del diritto d'autore,
espanso ormai a 70 anni dopo la morte dell'autore, senza alcuna logica e
motivazione se non quella del monopolio su di un'opera concessa agli
editori.
Ed i principi contenuti nella suddetta dichiarazione sono il primo
contributo che NewGlobal.it vuole apportare alla "riflessione" in atto
nella commissione.
Ma di quale commissione stiamo parlando? Quella che tutti gli utenti della
rete si aspettavano o quella che "appalta" la disciplina dei Democracy
Restrictions Management ad un non ben precisato "fornitore"?
Michele Daniele
Coordinatore Gruppo Copyright e Dintorni
NewGlobal.it


